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NEBOJŠA DESPOTOVIĆ. VELVET GLOVE
Press release


  • Illuminating Child, 2009, Oil on canvas, cm 240 x 150

Nebojša Despotović, Velvet Glove
a cura di | curated by Daniele Capra

Catalogo con contributi di | Catalogue with critical essays of Daniele Capra, Luigi Meneghelli

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Velvet Glove


(for the english version please scroll down)

“Due o tre cose che so di lei”: appunti intorno alla pittura di Nebojša Despotović
Osservando una vecchia fotografia ci si trova come davanti ad un mistero tutto da scoprire. Totalmente estraneo, ma inesorabilmente inquisitorio, assolutamente distante, ma sempre pronto ad inquietare il nostro sguardo.
Il gesto di Nebojša Despotović di recuperare da un giornale (o da vecchi manuali, periodici, pagine pubblicitarie) delle immagini per rimetterle in circuito attraverso il flusso della pittura non apre a una nuova vita (o ad una nuova vista) i soggetti presi in considerazione, ma, se possibile, ne accentua la percentuale di ambiguità. Basterebbe guardare il dittico dal titolo Two white dressed portraits per trovarsi di fronte a due figure apparentemente innocenti, dietro cui però si nasconde una forza devastante non ancora svelata. L'impatto è violento e ipnotico come se le fattezze umane fossero ancora latenti o avessero i tratti marionettistici, alienati delle classiche fotografie in posa d'antan.
Non c'è nulla di attuale, di immediatamente riconoscibile nella pittura di Despotović (anche se il suo gesto non si spinge mai ai limiti dell'informe): le figure, i paesaggi, i giochi sembrano venire da un'epoca lontana, da uno spazio insituabile. E, anche gli elementi compositivi all'interno del suo quadro sono sempre ridotti all'essenziale, ottenendo così l'effetto di ridurre al minimo la loro capacità narrativa. Egli non è certo un erede di quegli artisti che negli anni '90 erano impegnati a impastare schegge dell'immaginario mediatico. Egli non si serve di espressioni formalmente vistose, anche perchè chi ritrae per lui è uno sconosciuto, è la prova misteriosa di una diversità ignota.
Il suo lavoro è orientato ad isolare, ad analizzare una presenza di cui non sa nulla, se non che “è stata” (come direbbe R. Barthes), a cercare i significati possibili di questi esseri perduti nelle profondità del tempo. Quella di Despotović allora è quasi una archeologia dello sguardo, che scava nella distanza, per interrogare una “sparizione” (dove sparizione non identifica una assenza visiva, ma un elemento fantasmatico, simulacrale, come potrebbe essere quello di un'impronta sulla sabbia o quello di una maschera che sottrae il corpo dalla propria vita quotidiana).
Luigi Meneghelli


(english version)

“I Know a Few Things About You”: Notes about Nebojša Despotović’s painting
When looking at an old photo it is as though we find ourselves in front of an unsolved mystery. One that is completely extraneous to us but is inexorably inquisitorial, completely distant, yet always ready to disturb our vision. Nebojša Despotović’s gesture of recuperating images from newspapers (or old booklets, periodicals, adverts) in order to put them back into circulation through the flow of painting does not give a new life (or a new view) to the subjects in question but, if anything, underlines their highly ambiguous content. Just look at the Two White Dressed Portraits diptych: you find yourself in front of two apparently innocent figures behind which, however, is an as yet undiscovered devastating force. The impact is violent and hypnotic; it is as though human physiognomy were still only latent or had the aspect of a marionette alienated by the classical photographic poses of the past. There is nothing topical or immediately recognizable in Despotović’s painting (though his gestures never become formless): the figures, landscapes, and games seem to come from some distant past, from a space that cannot be pinpointed. And even the compositional elements within the painting are always reduced to their essentials, thus obtaining an effect of reducing their narrative capacities to a minimum. He is certainly not an heir to those artists who in the 1990s were concerned with mixing together remnants of media imagery. He does not make use of formally striking expressions, also because the person he portrays is unknown to him: it is the mysterious experience of an unknown diversity.